giovedì 5 gennaio 2017

Klimt1918 - Un viaggio attraverso "SENTIMENTALE e JUGEND"

 Ph. cr. © Paolo Palmieri

I Klimt1918 hanno scavato nel baratro più oscuro dell'esistenza portando alla luce un nuovo manifesto futuristico, paradossalmente scritto nel linguaggio ancestrale di un passato indimenticabile. 

Marco Soellner ci racconta il loro viaggio.

Intervista a cura di  Michela (Anesthesia)


LFdM: Si dice che non ci rendiamo mai conto di ciò che si ha fintanto che non si perde. Potrei direi la stessa cosa di voi: Fintanto che non ho sentito "SENTIMENTALE JUGEND" non mi ero resa conto di quanto i Klimt1918 mancassero. Che viaggio avete intrapreso in questi otto anni? E come si è sviluppato dentro di voi questo disco.
Klimt1918: E’ stato un viaggio attraverso la normalità. La maturità ci ha imposto il confronto con problematiche molto terrene. Così è capitato che per affrontare il precariato e la disoccupazione ci siamo lasciati alle spalle le cose per le quali vale veramente la pena vivere. La musica, i Klimt 1918, sono rimasti lì, in uno scaffale. Come un libro iniziato e non finito. Non c’è stato un solo giorno in questi anni di silenzio in cui non abbiamo pensato alla band. Un tarlo costante, una frustrazione, ma anche una promessa che abbiamo fatto a noi stessi, la speranza da tenere nel cassetto e da tirare fuori nei momenti più difficili delle nostre esistenze. 
Quindi, tornando alla tua domanda, Sentimentale Jugend, si è sviluppato dentro di noi lentamente. E’ germogliato e cresciuto al rallentatore. Centellinato in sala prove, mese dopo mese con grande accuratezza. Siamo entrati in studio solo quando eravamo certi del valore delle canzoni che avevamo tra le mani. Una condizione generale di pacatezza/calma che ha giovato non poco al sound dei Klimt 1918, rendendolo sempre più maturo e personale. 
Siamo davvero contenti del nostro lavoro perché per noi rappresenta una sfida vinta. 

LFdM: Cosa c’è di nuovo in SENTIMENTALE JUGEND rispetto ai precedenti lavori e cosa invece è stato mantenuto?
Klimt1918: Il songwriting basato sulla melodia e la forma canzone è un trademark costante dei Klimt 1918. Esso rappresenta una continuità con il passato. Eravamo e tutt’ora siamo una band pop che ama i ritornelli immediati. Quello che si evolve con il tempo è la ricerca sonora. Siamo partiti tanti anni fa con un sound molto basilare: multieffetti digitali per le chitarre, batteria triggerata, voce con autotune. Eravamo inesperti, con poca voglia di sperimentare. Limitati nel linguaggio da una generalizzata ignoranza musicale. Poi con il tempo abbiamo cominciato ad acquisire sempre maggiore consapevolezza dei nostri limiti. Questo ci ha spinto a migliorarci come musicisti e come arrangiatori. Ora lavorare al sound delle nostre canzoni è diventato centrale, così come acquistare strumentazione adeguata. Sentimentale Jugend è il frutto di una ricerca febbrile che ci ha portato via tanto tempo. E’ la prima volta nella nostra carriera che ci sentiamo perfettamente a nostro agio con quello che facciamo. 

LFdM: Ad agosto sono stata per la prima volta a Berlino e me ne sono innamorata, non tanto dal punto di vista architettonico ma da un punto di visto prettamente di “feeling”. Qual’è la sinapsi tra l’album ed il libro Christiane F. “Noi ragazzi dello zoo di Berlino”?
Klimt1918: La prima volta che sentito parlare di “Wir Kinder vom Bahnhof Zoo“ è stato al liceo, venticinque anni fa. All’epoca era un libro di gran moda, forse a causa della sua aura maudit adolescenziale. Questo bastava a renderlo ai miei occhi assolutamente evitabile. Poi nel 2008 mi è capitato tra le mani in libreria e ho deciso di dargli una possibilità. Si è dimostrata una scelta molto saggia: “Wir Kinder vom Bahnhof Zoo“ è un testo affascinante e suggestivo. Un’opera atmosferica dove la vera protagonista della vicenda è la città bicefala e distonica, luogo al tempo stesso di occidentalismi ferali e rarefazioni orientali. 
In realtà non esiste nessun punto di contatto tra Sentimentale Jugend e Berlino. Sarebbe stato abbastanza arrogante e presuntuoso scrivere canzoni su una metropoli che ho visitato un paio di volte negli ultimi vent’anni. Per giunta, quella degli anni settanta narrata nel libro è ormai lontana, sepolta sotto lo smalto di una nuova rinascita industriale e culturale. Però le parole della Felschrinow segnavano il sentiero da seguire. Dovevo scegliere lo stesso percorso narrativo per raccontare i luoghi della mia esperienza quotidiana. Altre solitudini, più mediterranee, torride, umide. Ma sempre rarefatte, sempre glaciali. 

LFdM: Dal punto di vista lirico, quali sono le tematiche che vi affascinano di più?
Klimt1918: Nei miei testi finisce davvero di tutto: dalle esperienze personali, agli episodi di cronaca, passando per i racconti famigliari e la politica. Non c’è un tema che prediligo. Uso i Klimt come una sorta di diario su cui annotare le riflessioni quotidiane. Gioie, dolori, ricordi, paura per il futuro, indignazione, speranza. Un bagaglio vasto che da qualche tempo a questa parte ha cominciato ad acquisire sempre più consapevolezza narrativa. Un tempo ero molto autoreferenziale. Poi l’approccio autobiografico ha cominciato a lasciare spazio al gusto affabulatorio. Raccontare di altri, delle loro storie ma sempre con un piglio personale, seguendo i sentimenti che si hanno dentro. 

LFdM: L’album contiene una serie di influenze, U2, Cocteau Twins, Sigur Ros, ripensando a quella scena musicale, cosa provate? 
Klimt1918: Citi tre band molto diverse. Quindi le scene musicali in realtà sarebbero tre: quella new wave (U2), quella dream pop anni ‘80 (Cocteau Twins) e quella post rock anni 2000 (Sigur Ros). Siamo legati ad ognuna di esse, anche se in maniera diversa. Con la musica New Wave siamo cresciuti. Rappresenta il nostro background essenziale, prima delle ubriacature adolescenziali metal/punk/hardcore. E’ una dimensione nostalgica prima ancora che musicale. Ad essa abbiamo legato alcuni ricordi indimenticabili della nostra infanzia. 
Il movimento Dream pop, molto più di nicchia, l’abbiamo scoperto invece dopo l’uscita di Undressed Momento. Per noi è stato un momento cruciale. Ci siamo accorti di condividere con esso non solo l’approccio musicale e strumentale, ma anche l’attitudine intimista. Quest’ultima è una caratteristica innata, un modus vivendi. In un certo senso eravamo shoegazer e dream pop, senza saperlo. Una predestinazione emotiva e sentimentale.
Il post-rock è stata un’altra grandissima influenza. All’inizio degli anni zero, quando questo genere musicale ha raggiunto il suo massimo splendore, era impossibile non esserne influenzati. Mi ha insegnato ad essere un musicista più disciplinato che sperimenta sonorità sempre diverse, cura la propria strumentazione e mette tanto impegno negli arrangiamenti. 


LFdM: Come definireste il vostro suono? Un monolite di oscurità e malinconia od un muro pieno di graffiti colorati?
Klimt1918: Noi preferiamo sempre non definire il nostro sound. Le definizioni diventano gabbie, da cui, con il passare del tempo, è difficilissimo fuggire. In passato siamo stati paragonati a band improbabili. Questo ci ha legato ad ambienti non adatti al nostro, impedendoci di trovare il pubblico più adatto, quello più onnivoro e aperto mentalmente. 
Le parole hanno un potere da non sottovalutare. 

LFdM: Essere tornati può considerarsi già un obbiettivo?
Klimt1918: Certamente. Noi non diamo nulla per scontato. Soprattutto dopo questi anni così difficili. Essere qui a rispondere a questa intervista è già un motivo di orgoglio per me. Significa che il disco è uscito nonostante tutto. Significa che tutti i nostri sacrifici hanno avuto un senso. Ora dobbiamo rimboccarci le maniche e pensare ad altri obiettivi da portare a termine come ad esempio i concerti. C’è tanto da fare. Siamo una vecchia macchina un po’ arrugginita che non cammina da quasi 10 anni. Bisogna revisionare, carburare, lucidare. Per ora abbiamo solo messo benzina ed accertato che il motore funzionasse ancora. 

LFdM: dicembre al Quirinetta di Roma… come vi siete sentiti
Klimt1918: E’ stata una bellissima esperienza. Sono venute tante persone. Molte di più di quelle che ci aspettavamo. All'inizio eravamo un po’ emozionati, devo ammetterlo. Ma poi il calore della gente ci ha messo nella condizione giusta per suonare al meglio delle nostre possibilità. Sono sicuro che potremo offrire di più in futuro. Per ora ci siamo goduti l’abbraccio dei nostri fan. Alcuni di essi ci seguono da quasi quindici anni. E’ stato davvero bello vederli tutti sotto il palco, invecchiati come noi, ma sempre entusiasti, sempre pronti a supportarci. Sentimentale Jugend è dedicato a loro.  

La nostra recensione la potete trovare QUI

*Le foto pubblicate sono state fornite a scopo promozionale dall'agenzia di stampa a cui si riservano tutti i diritti, oltre al proprietario ©Paolo Palmieri