mercoledì 13 settembre 2017

Paradise Lost - Medusa

"Medusa"

Release Date01 September 2017


Country: England 

Genre: Doom Death Metal, Gothic Metal

Tracklist:
Fearless Sky
God Of Ancient
From The Gallows
The Longest Winter
Medusa
No Passage For The Dead
Blood And Chaos
Until The Grave


Il quindicesimo album di studio della storica gothic band di Halifax vedrà la luce per la Nuclear Blast i primi di Settembre. Si tratta di 8 tracce in cui il brand sound dei Paradise Lost si erge sovrano, con quelle atmosfere cupe, i ritmi cadenzati e inesorabili, le chitarre angoscianti e disperate che si alternano al growl cavernoso di un Holmes in gran forma. Ha ragione Mackintosh quando definisce questo Medusa come il lavoro più intriso di doom che abbiano mai fatto, anche se ci sono alcuni spunti più ruvidi, più ammiccanti al metal rispetto al solito, forse. Di sicuro il mood in cui l'album è stato concepito non si allontana dal tipico nichilismo di cui il quintetto britannico ha fatto bandiera durante l'arco della sua prolifica carriera iniziata alla fine degli anni 80'.
Ci sta che siano considerati tra i pionieri e principali fautori di un sottogenere del metal, tra gothic e doom, in cui regna la deprimente mancanza di qualsivoglia anelito di speranza e fiducia nell'universo mondo. Lo conferma anche la scelta del titolo di questo 15° lavoro. La Gorgone il cui sguardo non poteva essere incrociato, pena la pietrificazione immediata del malcapitato, non è semplicemente un essere mostruoso con il quale si ha paura di confrontarsi, ma è anche una metafora, quella del genere umano che rifiuta di guardare l'immenso e terrificante vuoto dello spazio cosmico, come rifiuta di guardare le bassezze e le nefandezze con cui ha sporcato e violato il pianeta terra. Medusa non cela speranze nascoste, piuttosto predica un ritorno alle origini, ai tempi dell'adorazione degli dei pagani, dei 4 elementi, ai tempi in cui l'essere umano venerava la natura e se ne sentiva l'umile figlio e servo.

Che questo album sia frutto di un'epoca in cui incertezza, angoscia e terrore, a tratti, permeano in questo mondo impazzito non ci sono dubbi. Sin dalla prima traccia, "Fearless Sky", si può percepire chiaramente un senso di oppressione e ineluttabilità, che inizia dall' intro di un minuto e mezzo e si protrae per almeno altri sette, tra l'inquietante incipit dell'organo al quale si aggiungono i lamenti delle sei corde e la voce ruggente di Holmes, che sembra quella di una sorta di predicatore, e a tratti ricorda quella di Tankian dei SOAD.
La semplicità di una razza umana primitiva e ancora priva di sovrastrutture, quasi innocente, viene celebrata assieme alle divinità ancestrali in "Gods Of The Ancient", in cui la chitarra si esprime in una sorta di straziante nenia, finché la sezione ritmica introduce una variante più movimentata, per poi ricadere nella pesante atmosfera precedente.
E dalle forche della terza traccia quali speranze possiamo mai riscontrare, se non qualche trillo di chitarra in più?
"The Longest Winter" vanta quasi 30 secondi di intro in cui domina lo scroscio della pioggia, poi sostituito da un Holmes pulito e senza growl fino a quasi metà pezzo.
La title track la ritroviamo come quinto pezzo, di più di 6 minuti. L'intro è forse la migliore finora, ma quello che colpisce di più è la variazione sul tema a metà canzone, che rende questa traccia una delle più intriganti dell'album.
Immaginare che non ci sia niente se non il nulla assoluto una volta esalato l'ultimo respiro è il tema della sesta traccia. Certo, la cosa potrebbe non fare molto piacere, nessun Paradiso, nessuna nuvoletta soffice ad attendere i più buoni e bravi, ma anche nessun Inferno con diavoletti saltellanti per i cattivi...però potrebbe essere anche un buono spunto per imparare ad apprezzare maggiormente quello che si ha in vita, la realtà che ci circonda.
"Blood And Chaos" è il pezzo più metal e più tosto di tutto l'album ed è quello che secondo me, dal vivo, spaccherà di brutto, non a caso è stato scelto come primo singolo. 

Più accattivante da un punto di vista di ritmi e arrangiamenti, ha un giro di chitarra che resta facilmente impresso nelle sinapsi e, onestamente, dà un po' di respiro a un album nell'insieme forse un po' troppo monolitico, per certi versi perfino un po' piatto, che si conclude con un'amara riflessione nell'ottava e ultima traccia, in cui Holmes sottolinea come il genere umano abbia stoltamente voluto affermare una presunta supremazia assoluta sul creato, e comportandosi come l'unico genere degno di sopravvivenza sul pianeta, ne ha inevitabilmente decretata la fine.