giovedì 16 aprile 2015

APOCALYPTICA - Shadowmaker recensione

APOCALYPTICA
Shadowmaker 


Release:  17 Aprile 2015

TRACKLIST
01-I-III-V Seed of Chaos
02-Cold Blood
03-Shadowmaker
04-Slow Burn
05-Reign of Fear
06-Hole in my Soul
07-House of Chains
08-Riot Lights
09-Come Back Down
10-Sea Song (You Waded Out)
11-Till Death Do Us Part
12-Dead Man s Eyes



Il seme della confusione è stato gettato, che accada quel che deve accadere, ormai "alea iacta est". Questo devono aver pensato Eicca, Perttu, Paavo e Mikko quando hanno registrato l'inquietante "Seed Of Chaos", brano strumentale d' apertura per il tanto atteso e già discusso "Shadowmaker", nuovo album in studio degli Apocalyptica, in uscita il 17 Aprile per la Harmageddon Records.

Se la prima track ci fa inarcare il sopracciglio, la successiva "Cold Blood" rischia di farci strabuzzare gli occhi e cadere la mandibola. Al primo impatto penso "Ma questi sembrano i Sixx AM..." poi mi concentro e ritrovo i violoncelli, che avevo scambiato per chitarre elettriche e un Franky Perez, che graffia come James Michael, e penso "ma non era meglio un voce più profonda, meno roca, o magari più acuta e potente, più metal, un improbabile incrocio tra Ronnie James Dio e Ville Valo, per dire...". La terza volta comincio a pensare "*azzo, funziona però, e parecchio pure!" Certo, gli Apocalyptica così non te li aspetti, però penso che questo pezzo, scelto come primo singolo, sia il simbolo di una quest che la band finnica deve aver portato avanti sin dagli esordi, alla ricerca della propria vera identità che, probabilmente, ha solo raggiunto una nuova evoluzione con un concept album un po' sperimentale come questo, ma non è detto sia finita. Personalmente adoro gli artisti che non si lasciano imbrigliare negli schemi, catalogare sotto una precisa definizione o etichetta, quelli che rischiano persino il flop, ma che seguono la loro musa, ovunque quella pazza li possa condurre e gli Apocalyptica hanno sempre dimostrato di avere attributi degni dei musicisti di razza, pur rimanendo sempre riconoscibili, con quegli arrangiamenti finissimi, da veri maestri del violoncello, mascherati da metalheads.

Intanto le tracce continuano a scorrere e la terza è già la title track, possente, decisamente molto Apocalyptica, con i violoncelli che riprendono il ruolo di protagonisti cesellando la vocalità di Perez con dei contrappunti eleganti e mai ridondanti, arrangiati apposta per creare quell'atmosfera dark/gloom che, già da sola, nel lungo intermezzo strumentale, ci introduce un'oscura presenza, un'ombra perfida, che riporta alla mente ricordi cupi, entità indefinite, che ognuno potrebbe percepire in maniera differente e attribuire a qualcuno o qualcosa che ha adombrato stralci i felicità nel corso della nostra vita:

"Slow Burn", senza dubbio uno dei pezzi da 90 di quest'album, scorre in maniera sublime e malinconica nel refrain.

"Reign Of Fear" è una strumentale di quasi 7 minuti, colossale, potente, rabbiosa, con dei movimenti in cui dai violoncelli partono schitarrate metal, mentre Siren pesta come un ossesso su un ritmo che si fa sempre più incalzante.

"Hole In My Soul" non ha niente a che fare con l'omonima song degli Aerosmith, ma è comunque un gran bel pezzo, in cui testo, arrangiamenti e linea vocale si sposano benissimo. Ora Perez, mentre canta dolcemente "I got a hole in my soul where you used to be", sembra essere stato il 5° membro della band da sempre.

"House Of Chains" è un ruggito aggressivo e live potrebbe infiammare la platea, fosse anche per l'accompagnamento dei violoncelli che, dal vivo, potrebbe richiedere anche uno spettacolare headbanging da parte dei capelloni della band.

"Riot Lights" è un' altra traccia strumentale che, in quanto a cattiveria è forse anche più potente di quella precedente, d'altra parte c'è una rivolta in corso, no? Con cellos ispirati e drums dai ritmi indemoniati, in certi frangenti sembra quasi di essere a un rave party, con luci stroboscopiche e neon.

"Come Back Down" pesta senza pietà, e aspettate, cosa odono le mie orecchie?!? Ma è un growl questo? Poi c'è una parte recitata da Perez con sottofondo di cellos urlanti come anime all'inferno. Unico neo è il refrain, poca cosa rispetto alle strofe.

"Sea Song (You Waded Out)", ballad metal splendida, arriva dritta al cuore, come la freccia di Robin Hood, non lascia scampo.

"Till Death Do Us Part" è una poesia di quasi 8 minuti che i quattro titani finnici lasciano recitare ai loro strumenti. E' così struggente a tratti, distorsioni comprese, che quasi commuove. Per citare un membro della band, questo potrebbe essere un inno che incita tutti gli esseri umani ad avere cura e compassione gli uni degli altri "let this be an anthem for us all- take care of each others, stick together! As human beings, as lovers, as a band, as a society" (Perttu Kivilaakso).

"Dead Man's Eyes" è altrettanto struggente, resa più di impatto dalla voce di Franky, che sa renderla sublime con una voce vellutata e calda che accompagna l'ascoltatore, con la lacrimuccia all'angolo dell'occhio, mentre "I'm coming home" precede un respiro strumentale in cui riecheggia l'intro di Cold Blood tra tuoni e altri effetti sonori, forse un po' ridondanti sul finale.

Alla fine della dodicesima traccia, mi sento di prendere le distanze da coloro che pensano che questa band abbia perso di splendore e magnificenza. Di certo è una band che negli anni ha apportato numerosi cambiamenti e ricordo che anche ai tempi in cui entrò a farne parte Siren, i detrattori, i puristi amanti del violoncello, arricciarono il naso, perché secondo loro la batteria ne avrebbe oscurato il suono. Ebbene, non è successo. Ora la band si è giocata la carta del vocalist, vedremo come andrà a finire, ma Perez qui fa un proprio un buon lavoro, cosa per niente facile. Chissà se la sua sarà la voce degli Apocalyptica da ora in poi...




Members: 
Eicca Toppinen (cello) 
Perttu Kivilaakso (cello)
Paavo Lötjönen (cello)
Mikko Sirén (drums)
Franky Perez (vocals)