giovedì 30 aprile 2015

Kamelot: "HAVEN" - recensione

HAVEN

Label: Napalm Records

Release Dates:
UK/NO/FR/DK/IT: 04.05.2015
USA/CAN: 05.05.2015
SE/ESP: 06.05.2015
G/A/S/Europe/AUS: 08.05.2015

Tracklist:
1. Fallen Star
2. Insomnia
3. Citizen Zero
4. Veil Of Elysium
5. Under Grey Skies
6. My Therapy
7. Ecclesia
8. End Of Innocence
9. Beautiful Apocalypse
10. Liar Liar (Wasteland Monarchy)
11. Here's To The Fall
12. Revolution
13. Haven


Ci sono band che, meglio di altre, incarnano alla perfezione un genere, un'idea, che sanno far sorgere dalle ceneri di un passato glorioso qualcosa che non solo può essere paragonato a quanto di più bello sono riusciti a creare fino ad ora, ma arrivando perfino a superarsi, trovando una nuova strada da percorrere pur mantenendosi sempre fedeli a se stessi, a quella passione che li ha sempre animati, allontanando anche il ricordo di ciò che negli anni precedenti sembrava quasi stonare, arrivando infine a risorgere come un'araba fenice, riconfermando il loro potere, quel carisma che mai li ha abbandonati, ma che molti avevano dato troppo presto per disperso.

Quando Silverthon, il precedente album dei Kamelot, il primo con la voce di Tommy Karevik in sostituzione a Roy Khan, ha fatto la sua comparsa sulle scene musicali, non tutti hanno apprezzato il lavoro fatto dalla band, forse perché la stessa interpretazione del nuovo cantante troppo si avvicinava a quella del suo predecessore, non riuscendo a trovare un suo spazio, una sua identità e vivendo, perciò, all'ombra di chi ha portato la band americana alla gloria.

Oggi, invece, gli statunitensi sono pronti a ritornare e a dimostrare che quello stesso album verso il quale tanti hanno storto il naso, un po' risentiti e pieni di dubbi sul loro futuro, non è stato altro che il terreno dal quale creare un nuovo progetto, quello di Haven, un disco che nell'anima e nelle intenzioni suona profondamente Kamelot, ma che ha anche il grande pregio di aver lasciato libera la grandissima voce dello svedese, pronto a camminare sulle sue gambe senza più paura di un confronto scomodo ed inutile.

Le tredici tracce del disco offrono una splendida performance vocale come sempre sorretta da ottimi e pregevoli passaggi sinfonici al massimo della loro forma, un esempio tra tutti può essere offerto da "Citizen Zero", ma è davvero solo uno dei tanti titoli citabili accanto anche al primo singolo scelto per presentare l'album, "Veil of Elysium", tipica canzone che rispecchia in pieno lo stile della band, con quella batteria potente, aggressiva e le chitarre sempre magnifiche ed energiche.

I Kamelot, però, non sono solo echi progressive messi al servizio di un power sinfonico sempre spinto al massimo; sono anche struggenti duetti malinconici ed accorati come quello offerto da "Under Grey Skies" nel quale la limpida voce di Karevik, sempre pronta ad offrirci virtuosismi tecnici in grado di toccare una moltitudine di note, si intreccia alla perfezione con la dolcezza e la bellezza di quella di Charlotte Wessels (Delain), regalandoci una traccia capace di stringere il cuore anche grazie alla presenza dei fiati curati da Troy Donockley (Nightwish).

Le sorprese, però, non sono finite qui e i brani successivi non fanno che confermare il grandissimo lavoro della band che si è concentrata su ogni dettaglio, dai riff orecchiabili capaci di imprimesi nella testa fin dal primo ascolto, fino alle tastiere in grado di riempire l'atmosfera di dramma ed enfasi come quelle che permeano la melodica "Here's to the Fall".

Tra le tante tracce che spiccano non si possono non nominare "End of Innocence" e "Beautiful Apocalypse", quest'ultima martellante, incalzante, così cadenzata che è praticamente impossibile non tentare di tenere il ritmo con la testa, con quel suo ritornello ottimo anche grazie a quel leggero sussurro offerto dalla voce femminile, nulla più che un sospiro che, però, aggiunge colore e sostanza.

È però "Liar Liar (Wasteland Monarchy)" a dare il colpo di grazia attraverso il growl cattivissimo di Alissa White-Gluz (Arch Enemy) che, però, ci offre anche un'ottima performance con la sua piacevolissima voce pulita dimostrando che la ragazza sa davvero fare di tutto, unitamente alle tastiere progressive, alla batteria spinta fino all'estremo limite delle sue potenzialità e alle chitarre che fagocitano tutto quanto il resto.

Dopo una parentesi decisamente tranquilla, perfetta per tirare il fiato prima del gran finale, ecco "Revolution", spaventosa e grandiosa traccia con ancora il growl aggressivo della White-Gluz che si insinua tra le parti ritmiche, tenendo testa alla voce pulita di Karevik che, però, non si fa certo intimorire dalla grinta della compagna, mantenendo sempre un livello altissimo, teso e vibrante.

"Haven" conclude l'ascolto di un disco pieno di possibilità, di ottimi spunti e di grandissimo intrattenimento. Le note dolci e sinfoniche, sempre potenti e maestose, ci riconducono in un rifugio sicuro, al riparo da ogni paura, offrendoci una strumentale che, in poco più di due minuti, alleggerisce gli animi sopravvissuti alla tempesta musicale che i Kamelot hanno creato per noi, dimostrandoci ancora una volta che, per loro, la musica non ha davvero alcun segreto.

8.5/10
Dora
Members: Thomas Youngblood - guitars.
Casey Grillo - drums.
Oliver Palotai - keyboards.
Sean Tibbetts - bass.
Tommy Karevik - vocals.

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